Demolizioni a Fiume Santo: tante le incognite e i rischi

La torre della centrale elettrica verrà demolita il 6 giugno. La demolizione sarà eseguita con modalità e tecnologie ormai obsolete ed a forte impatto ambientale, contrariamente a quanto previsto nel progetto iniziale. Le demolizioni dei gruppi 1 e 2 sono iniziate nel 2014 quando la società che gestiva il l’impianto energetico di Fiume Santo faceva capo al gruppo tedesco E-on. Allora, in seguito a regolare gara d’appalto, i lavori furono aggiudicati ad una società di caratura internazionale che esegue per mestiere questo tipo di interventi. Il progetto per la demolizione del camino prevedeva l’utilizzo di una piattaforma montata sulla sua sommità. Tale piattaforma, con l’ausilio di un particolare macchinario, avrebbe eroso la struttura e gettato i materiali di risulta all’interno del camino stesso, permettendo altresì la separazione e l’eventuale recupero degli stessi. Questa metodologia era, ed è, l’unica in grado di assicurare che venissero messi in campo tutti gli strumenti per evitare impatti ambientali non controllati soprattutto considerando il fatto che, in riferimento al camino, la parte interna della canna fumaria che ha trasportato tanti fumi pesantemente inquinati, necessita di una bonifica puntuale di tutta la struttura. Allo stesso tempo, le modalità di demolizione delle caldaie prevedevano l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili una volta bonificate internamente.

Nulla di tutto ciò è più previsto oggi. In seguito alla vendita della centrale al gruppo ceco EPH, la società che aveva vinto la gara, venne liquidata. Il gruppo EPH scelse di affidare questi
lavori, ad una sua controllata che mai aveva eseguito demolizioni di questo tipo, la società AVE. Una volta preso possesso del cantiere già avviato dalla precedente società, la AVE per
ridurre i costi e non avendo sufficiente sensibilità e competenza, ha deciso di utilizzare un metodo di demolizione “anteguerra”: la dinamite. In Italia oggi, nessuna demolizione viene eseguita in questo modo. Ma non è tutto. Ancor più grave è il fatto che il camino e le caldaie verranno rovesciati nelle condizioni in cui si trovano, cioè senza una bonifica preventiva, come normalmente accade in tutto il mondo. Quando cadranno a terra, avranno in pancia tutto il loro contenuto fatto di residui di combustione e ceneri contenenti metalli pesanti e sostanze cancerogene e pericolose per la salute, refrattari e coibentanti molto probabilmente contenenti amianto.

Qualche mese fa, come ha riportato puntualmente La Nuova Sardegna, il Ministero e la Regione non si erano opposti all’abbattimento con le cariche esplosive, oggetto della richiesta di modifica avanzata da AVE attraverso EP, rispetto al piano iniziale già approvato nel 2014. Solo ARPAS pareva contraria per il notevole impatto ambientale negativo, ma ha poi fatto una clamorosa marcia indietro, arrendendosi forse solo sulla base delle insistenti ed inconsistenti spiegazioni fornite dalla stessa EP, prive di consistenza tecnica e peraltro mai contro verificate, per quanto è dato sapere. Le perplessità oggi nascono dal fatto che la dispersione incontrollata al suolo, prodotta dal rovesciamento e dal successivo sbriciolamento di una struttura come il camino, alta 150 metri, sarà di notevole entità. Le ceneri, le polveri di ogni genere e le fibre prodotte, inevitabilmente verranno disperse nell’ambiente circostante e lo stesso accadrà per le imponenti caldaie, alte 40 metri. Insomma, ci possiamo ragionevolmente aspettare una colonna di polveri alta qualche centinaio di metri per ogni rovesciamento. E poi, come verranno trattate le centinaia di tonnellate di macerie prodotte, che inevitabilmente diventeranno rifiuti pericolosi? E le centinaia di tonnellate di rottami? Dove sono finite le prescrizioni ministeriali che chiedevano di adottare ogni possibile misura necessaria a garantire il massimo recupero dei materiali? Siamo agli inizi della stagione balneare e la zona sarà densamente frequentata dai turisti a poche decine di metri dal luogo delle operazioni.

Chi può garantire la salubrità dell’ambiente circostante? Quale rete di monitoraggio ambientale è stata organizzata in proposito? Perché tanti lavori di demolizione si continuano ad eseguire in momenti lontani dai normali orari lavorativi? Il silenzio e la scarsa informazione con cui sta passando questo importante lavoro che dovrebbe essere di ripristino nel nostro territorio, (che avrebbe potuto arricchirlo, anziché sfruttarlo e continuare ad inquinarlo). Si pensi alla presenza, a 500 metri di distanza dal sito, dello stagno di Pilo, Area SIC con un ecosistema fragile e estremamente delicato, con buona pace dei sindacati, delle parti sociali, delle associazioni ambientaliste e delle istituzioni. Orbene, come è possibile che il territorio accetti o debba accettare un tale scempio, per giunta perpetrato con tracotanza, in sfregio all’ambiente ed alla dignità del popolo sardo? E perché poi tutto ciò? Perché invece di risarcire il territorio lo si continua a calpestare in nome del Dio denaro? E poi, quale denaro? Si tratterrebbe comunque di briciole rispetto agli utili che questo gruppo straniero, in barba alla salute ed al benessere dei lavoratori, dei cittadini che risiedono qui o di passaggio perché turisti, sta mettendo da parte nei fortini cechi, molto lontano dalla meravigliosa Sardegna. In definitiva, per risparmiare un po’ di soldi e far lavorare chi prima d’ora mai aveva fatto lavori di questa entità, si eseguono -senza alcuna remora- opere con mezzi e tecnologie vetuste, certo non consone ad un mondo che guarda ad un futuro sostenibile ed assicurando un inquinamento certo senza alcuna garanzia di sviluppo futuro. Peccato che una volta abbattute queste strutture nessuno potrà testimoniare un granché!

Chi inquina deve pagare

Bonificare zone inquinate significa, in primo luogo, applicare per legge il principio: “chi inquina paga”.
Ma è anche una battaglia di civiltà, di rispetto verso la nostra madre terra, e non ultimo, verso la nostra salute.
Sfortunatamente anche la Sardegna possiede molte aree, troppe, fortemente contaminate. Queste devono necessariamente ritornare fruibili, disponibili a nuove idee imprenditoriali capaci di generare profitto nell’ ottica dello sviluppo sostenibile.